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Inserita in Cronaca il 11/10/2013 da Marina Angelo

Una storia lunga 17 mesi: Mons. Plotti racconta la società del dopo Miccichè prima dell’insediamento di Mons. Fragnelli

Una
Sono passati diciassette mesi da quando Benedetto XVI, dopo aver sollevato dalla guida della diocesi trapanese Francesco Miccichè, inviava a Trapani l’amministratore apostolico Monsignor Alessandro Plotti, ex vescovo di Pisa. Da allora, giorno dopo giorno, molte cose sono cambiate, molte altre ne sono successe. Non solo a Trapani. E’ Monsignor Plotti che ci racconta ciò che accaduto e che avviene, guardando tutto con i suoi occhi da qui, da questa buia e luminosa Trapani prima dell’arrivo del nuovo vescovo nominato da Papa Francesco lo scorso 24 settembre: monsignor Pietro Maria Fragnelli…

Si dovrebbe parlare dei piccoli uomini per la capacità che hanno di sorreggere il mondo ed invece ci troviamo costretti a raccontare l’ennesima tragedia. Eppure le loro morti bruciano sotto il sole di ogni giorno. Perchè bisogna aspettare una strage come quella di Lampedusa per accorgerci di loro?

Purtroppo viviamo nella cultura dello straordinario - afferma monsignor Plotti -La gente che vive nell’indifferenza, ha bisogno di questi bagni di emotività forte per destarsi. Ma per poter capire ed affrontare i problemi, anche drammatici, della vita non servono sensazionalismi: è necessario uscire dalla logica dell’indifferenza. Non bisogna aspettare che arrivino queste scosse per cogliere la normalità. Il dramma di queste persone non si racchiude all’interno di un barcone. Nè si rintraccia solo quando si trasforma in tragedia. Va oltre. E’ un problema che si vive nelle realtà quotidiana e si rintraccia nell’intolleranza, nell’insofferenza, nella politica, nella cultura, nell’indifferenza. Bisogna rieducare a vivere la normalità.

Vergogna. Questa parola sussurrata tristemente da Papa Francesco ha unito nella disperazione e nel dolore chi è rimasto, e rimproverato tutti noi colpevoli di quanto accaduto. Crede che le parole del Santo Padre abbiano in qualche modo contribuito al cambiamento? A mettere in moto le coscienze, la solidarietà, la politica?
Penso di si. Anche se spesso sono parole che vanno al vento –sottolinea Plotti e ricorda che- Questo richiamo alla solidarietà, alla condivisione purtroppo non nasce con Papa Francesco ma i predecessori avevano già richiamato, spesso anche violentemente, la coscienza civica dei popoli a farsi carico dei più deboli 
 
Eppure con lui c’è stato maggiore ascolto
Sicuramente. Nei suoi confronti il sentimento di simpatia fa da traino alle sue parole. Ma anche questo è sintomatico della sensazionalità di cui necessita la cultura del momento. Arriverà, anche in questo caso, il momento in cui il Papa farà delle cose normali e richiamerà alcuni valori imprescindibili della fede cristiana; allora chissà se saranno davvero tutti disposti a voler calare davvero questa simpatia all’interno di certi contesti o se ne prenderanno le distanze.

Anche la società trapanese è rimasta colpita dalla tragedia di Lampedusa e, ha partecipato al dolore con una manifestazione alla quale ha partecipato anche Lei…
Beh non che la manifestazione sia stata molto partecipata –sottolinea Plotti e continua- c’erano più bandiere che persone! Questo è il modo che la società trapanese ha di rispondere a certi drammi. Dice ancora alzando le spalle. Si fa il callo a tutto ma è importante che la gente sappia che, a prescindere, è importante fare la propria parte. Un richiamo fatto in maniera corale, partecipativo, acquista sicuramente un importanza diversa rispetto a quello che, invece, è stato il risultato ottenuto sabato scorso dove, oltre alle associazioni, non mi pare ci fossero tanti trapanesi. 

Quanto aiuta effettivamente nel quotidiano, un associazione o un trapanese, l’immigrato che, stranamente, in giro per Trapani, non si vede?
Gli immigrati in giro per Trapani non si vedono perchè non ci sono prospettive per il futuro. Non hanno lavoro. Trapani sotto questo punto di vista è satura. Qui non ci sono grandi possibilità di integrazione. Nella normalità nessuno sa esprimere gesti di solidarietà permanenti. Di base manca una coscienza di partecipazione vera perch´ l’idea che accomuna tutti è quella secondo la quale si fa fatica ad aiutare se stessi figuriamoci gli altri. Ma il concetto da cambiare è proprio questo. Aiutare gli altri vuol dire esattamente aiutarsi. Aiutare se stessi. I desideri di pace, integrazione, dignità, umanità, solidarietà che si sono elevati in questi giorni però riguardano questo momento particolare e le centinaia di morti che si continuano a contare. Ci commuoviamo per le bare bianche dei bambini e non ci curiamo dei sopravvissuti tenuti come bestie o peggio perchè i nostri animali domestici hanno una vita più dignitosa, non dormono sui materassi zuppi di acqua sotto un tetto di nuvole. Sono le conseguenze della cultura che le dicevo.



Quindi non c’è nessuna speranza nel momento in cui si spegneranno i riflettori su questa tragedia?
Questa primavera tanto decantata a me sembra un inverno freddissimo. Se non si mettono in moto gli organismi internazionali, bisogna ricostruire le basi e non solo di dialoghi. Bisogna finire progetti, farne di nuovi. La politica sotto questo punto di vista è latitante. Serve a ben poco continuare a dire che soldi non ce ne sono. Certi progetti necessitano di volontà e pragmaticità, non certo di fondi: basti pensare alla Bossi-Fini. Per parlare di integrazione culturale bisogna avere le idee chiare ed una sensibilità aperta.

Poche passerelle e più fatti. Un po’ come ha cercato di vivere Lei in questi 17 mesi a Trapani.
Si, la mia è stata una scelta precisa. Il mio compito qui è stato quello di fare da stimolo alla società ma anche alla politica o alle istituzioni. – ha dello l’amministratore apostolico- Le speculazioni che esistono non passano soltanto attraverso gli immigrati ed il mio compito è stato quello di prevenirle laddove è stato possibile e di curarle. 

Per lei adesso è tempo di bilanci. Qual è il consuntivo di questo periodo trapanese?
Mi era stato fatto un quadro molto più negativo rispetto a quello che alla fine mi sono trovato di fronte. E’ sicuramente un dato di fatto che questi scandali hanno lasciato delle ferite importanti sulla struttura Chiesa. Lesioni così drastiche, a volte, da portare a delle lacerazioni. Ma mi sono anche accorto che non sono riuscite a scalfire il popolo di Dio. Durante questo periodo ho girato per le parrocchie e ho avuto modo di parlare con la gente. Mai ho riscontrato sentimenti di rifiuto a livello istituzionale. Sotto questo punto di vista il bilancio è molto positivo. Poi è chiaro: io sono arrivato in un momento di grande sconforto e confusione. Per me non è stato molto difficile portare un po’ di serenità e semplicità nei rapporti. Questo ha contribuito a creare rapporti di stima e fiducia che mi hanno accompagnato in questa avventura. Adesso la situazione si è riappacificata e sarà ancora più facile lavorare qui. E di lavoro da fare, più “ad intra” che “ad extra”, ce n’è soprattutto con la mancanza di apertura al sociale che richiede molto tempo. Non bastano diciassette mesi. Bisogna uscire dai provincialismi e capire di essere cittadini del mondo non perchè è bello dirlo. L’isola porta all’isolamento. Ascoltare, aprirsi, ossigenarsi porta a capire che molta gente non la pensa come noi, che il nostro pensare non è assoluto, non è unico, non vale per tutti.

Quindi una città di mare che con il porto dovrebbe essere aperta alle nuove culture è paradossalmente chiusa
Aperta lo è stata in passato. Questo adesso manca. E Trapani ha bisogno di rilanciare la cultura mediterranea. Anche il turismo deve trovare ancora la sua collocazione. Si è fermato a 50 anni fa. Il turista viene visto come una persona da spennare e un pacco da trasportare a Erice o Segesta incuranti di trasferire la cultura di quei posti che restano affascinanti ma non basta. Forse perchè si è stati sempre dominati e conquistati non si riesce a vedere nell’altro l’importanza di trasferire la cultura. Credo che la nascita della mentalità mafiosa parta proprio da queste radici lontane: sfruttare al massimo l’altro, andare sempre a rimorchio di qualcuno. E questa è una cultura che bisogna estirpare dalle nuove generazioni

Inutile dire che a Trapani sia andato sempre tutto bene. Papa Francesco chiama la Chiesa a fare chiarezza e, per quanto riguarda la nostra diocesi, condanna Ninni Treppiedi ultimamente tornato alla ribalta in un altro processo. Cosa è cambiato oggi all’interno della chiesa che ha trovato e che lascia oggi?
La vicenda di Treppiedi, legata anche al vescovo Miccichè e agli scandali, aveva davvero bloccato le cose. Certo ha truffato, si è impossessato di beni che non gli competevano, però non possiamo fermarci sempre qui, bisogna andare avanti, girare pagina. Ci saranno dei documenti, degli estratti conto che lo testimoniano, anche se io no li ho potuti avere; ci sarà un processo civile che farà ulteriore chiarezza, tenendo conto dei tempi della giustizia, ma non possiamo fare del caso Treppiedi un alibi per aspettare cosa? Per assistere alla sua morte? Si deve andare avanti. Si parla tanto di berlusconismo e con Treppiedi il caso è simile. Non possiamo fermarci su una persona che ha sbagliato e concentrare tutte le nostre energie su questa diatriba che non avrà mai fine. Bisogna andare avanti. La vita è fatta anche di queste cose. In questi mesi ho cercato di portare avanti questa vicenda raccogliendo tutti i dati possibili per arrivare ad avere una condanna. Conoscendo il soggetto troverà sempre il modo per stupire e per far parlare di sè. Proprio il giorno della sua condanna è finito sui giornali per un altro processo…

Lei in questi mesi ha contribuito a scrivere un capitolo di rinnovamento nellastoria della Diocesi trapaneseadesso lascerà il posto a Mons. Fragnelli. Cosa sarà domani?
Fragnelli lo conosco da tanto tempo. Sonocontento che sia stato scelto un vescovo non siciliano e senza scheletri dentro gli armadi. Una persona semplice con una sua verginità, ma non certo un novellino. E’ sicuramente in grado di poter vincere i poteri forti, una persona preparata, laureato in filosofia, riuscirà a dare quel respiro culturale che manca a questa città insieme ad un centro studi. E’ molto attento ai rapporti umani tanto che adesso la comunità che lascia è molto dispiaciuta..insomma le premesse ci sono tutte spero solo non si faccia incapsulare da problematiche che riguardano il passato e trovi la forza di ripartire da adesso. 

E lei?
Io dopo 22 anni di servizio alla chiesa pisana, a 75 anni, come lei sa, i vescovi non sono più idonei a fare i vescovi ma si ritrovano ad 80 anni capaci di poterlo ancora fare. Una contraddizione di sistema con la quale ho dovuto fare i conti negli ultimi periodi. -Sorride Plotti e aggiunge.- Adesso tornerò nel mio buco a Roma dove ho vissuto per 27 anni, lì ho tutta la mia famiglia, i miei fratelli, i miei nipoti…Lì non ho un incarico preciso ma non so stare con le mani in mano quindi qualcosa da fare la troverò 
 
Quale è il messaggio di speranza per questa città?
La possibilità ad ognuno di dare il meglio di sè. Trovare spazi, contenuti…futuro.

In questi giorni Napolitano ha lanciato un appello per le carceri italiane. Qual è la situazione di quello trapanese?
Il problema del sovraffollamento esiste anche a Trapani ma certamente non si può parlare di invivibilità. A Trapani c’è un direttore molto attento, i detenuti hanno il supporto di padre Gruppuso che è molto valido; vengono seguiti da insegnanti ma rimane il fatto che è difficoltoso a volte anche inviare un semplice messaggio: resta un mare magnum.

         
Crede che le soluzioni straordinarie avanzate dal presidente Napolitano, indulto e amnistia, siano le migliori o, compatibilmente alle risorse dello Stato inutilizzate e nel rispetto dei familiari delle vittime fuori dal carcere, se ne possono trovare di meglio?
La metà dei carcerati d’Italia sono extracomunitari messi dentro perchè avevano in tasca qualche grammo di droga o per piccoli furti. Per questi, a mio parere, bisognerebbe pensare davvero a delle soluzioni d’alloggio meno coercitive. Altro discorso per chi ha alle spalle reati più pesanti come gli omicidi. La soluzione dell’indulto o dell’amnistia ha bisogno quindi di essere pensata molto bene. -ha detto mons. Plotti- Il carcere fine a se stesso non è utile a nessuno se è vero che il carcere dovrebbe essere riabilitativo. Ma a cosa può riabilitare un sistema carcerario al collasso? La gente poi è rigorista sul fattore carcere, vuole vedere il criminale marcire in galera e meglio ancora se lo fa come un animale. A che pro? Non dimentichiamo, poi, che molte persone aspettano le lungaggini della giustizia senza fare nulla. Niente riabilitazione, niente scuola, niente lavoro. Persone che potrebbero essere impiegate in tanti modi ed invece non fanno nulla.

Tenendo conto dell’importanza della famiglia Papa Francesco ha aperto la Chiesa ai gay e ai divorziati. Come ha reagito la chiesa e la comunità trapanese?
Questa apertura sarà al vaglio del prossimo “C8” come lo chiamano e verrà discussa con gli 8 Cardinali insieme al tema della famiglia. Qui a Trapani le tradizioni familiari sono molto radicate. Esiste il concetto della famiglia tradizionale che vince sulle convivenze e sui matrimoni civili. Non ho delle statistiche ma, ad esempio, se a Milano i matrimoni civili hanno una percentuale maggiore rispetto a quelli religiosi, a Trapani la situazione è capovolta. Ma la sensazione è quella di vivere sotto un cartello. C’è una sorta di controllo su tutto anche sui sacramenti dei figli. Una cosa che non esiste altrove. Se da un lato questo sembra essere uno sviluppo dall’altro è un freno per un fattore culturale educativo. Bisognerebbe dunque portare alla ribalta la fede e la vita coniugale ma sarebbe una battaglia persa. Che senso ha sposarsi davanti a Dio se poi il matrimonio è per alcuni solo una facciata dietro la quale mantenere il controllo sociale per nascondersi dopo essersi concesso delle scappatelle?

Marina Angelo
















 

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