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Inserita in Cultura il 14/09/2018 da Direttore

IL BEATO GIUSEPPE PUGLISI: UN CRISTIANO CON LA PASSIONE DEL VANGELO

IL
In una terra profondamente cristiana come la Sicilia, con tutte le sue feste e processioni in onore dei Santi, sembra molto paradossale che si possa uccidere un sacerdote a motivo della sua azione pastorale. Eppure tutto questo è accaduto ad un sacerdote, come don Pino, soltanto perché nella sua Palermo ha voluto vivere con serietà e coerenza il Vangelo, in cui profondamente credeva.

Il luogo del suo martirio è lo stesso in cui egli era nato e dove era stato inviato come parroco in sostituzione di un altro, che aveva dato le dimissioni. Si tratta del quartiere Brancaccio, molto lontano dal centro ed interessato ad una forte espansione edilizia e ad alcune iniziative industriali. Esso, inoltre, è strettamente controllato dalla mafia e la famiglia di riferimento è quella dei Graviano.

Vivere la parrocchia non in modo autoreferenziale, ma con occhi e cuore aperti sul territorio

NellŽaccettare la non facile missione di guidare la parrocchia di Brancaccio don Pino aveva avuto modo nel passato di chiarire a se stesso verso quale immagine di parrocchia bisognava andare.

Adesso che si trova al Brancaccio egli sa bene che essa non può essere una "parrocchia- castello con fossato", né una "parrocchia-nuvoletta" senza alcuna fantasia e né può essere una semplice "stazione di servizio", che offre a pagamento dei servizi religiosi.

Per don Pino la parrocchia deve essere anzitutto "la comunità dei chiamati", la comunità di coloro che vogliono prendere in seria considerazione il loro battesimo e quindi la loro appartenenza a Cristo Signore.

Per crescere pienamente nel senso di appartenenza a Cristo Signore e di formare in Lui una vera comunità di fratelli e di sorelle è quanto mai opportuno curare le tre dimensioni della vita parrocchiale: liturgia, catechesi e carità.

Si tratta di tre aspetti distinti, ma indivisi, destinati a convergere in ciascun soggetto credente, che celebra, si forma e si impegna.

Se queste dimensioni restano sinergicamente unite la "comunità dei chiamati" può davvero proporsi come alternativa di vita cristiana in un territorio, che, invece, accetta passivamente il modello mafioso.

Don Pino voleva dare un volto nuovo alla parrocchia, dove il parroco non è tutto, ma è sempre più colui che favorisce la comunione di tutti i battezzati, cercando di suscitare nei laici una volontà di responsabilizzarsi.

Don Pino nel presentare il progetto di parrocchia parla volentieri di comunità missionaria, di una comunità, cioè, capace di decentrarsi, pronta a muoversi dal tempio verso il territorio e le sue tante periferie.

Se la liturgia e soprattutto la liturgia eucaristica domenicale si pone come "fonte e culmine" della vita personale ed ecclesiale, questa a sua volta deve trovare la sua attualizzazione nella trama delle relazioni, che si è disposti a far lievitare allŽinterno del territorio.

Seguendo questo progetto di parrocchia, don Pino cerca di coinvolgere i laici in una conoscenza più approfondita del quartiere, cercando di cogliere le urgenze, che chiedono una prima risposta ed i segni di liberazione già presenti in esso.

Così egli viene a contatto con una realtà di emarginazione e di devianza di giovani e di ragazzi, facile preda della criminalità organizzata ed incapaci di avere nelle mani un pur minimo strumento culturale, mancanti come sono, alcuni di loro, di una vera scolarizzazione di base.

Il 4 ottobre 1991 don Pino si rivolge ai tanti amici che conosce in città con questo volantino: "CŽè nella parrocchia un buon fermento di persone impegnate in un cammino di fede e, contemporaneamente in un servizio liturgico, catechistico e caritativo, ma i bisogni della popolazione sono molto maggiori delle risorse che abbiamo".

Che cosa fare per venire incontro a tante necessità?

Assieme ad alcuni membri della comunità parrocchiale abbiamo pensato ad un centro polivalente di accoglienza e di servizio".

Prenderà il nome di "Centro Padre Nostro".

Questo viene inaugurato il 29 gennaio 1993.

Don Pino cerca di delineare quello che deve essere il compito della struttura.

"Ogni cristiano è in Cristo sacerdote, re e profeta.

Come cristiani, come cittadini, come volontari continueremo a chiedere alle autorità locali ciò che è dovuto a questo quartiere. Il nostro servizio in questa realtà assume una veste di supplenza riguardo alle gravi carenze sociali che sono emerse".

"Padre nostro" e non "cosa nostra": lŽesperienza cristiana alternativa a quella mafiosa.

Così ricordano di quei giorni: "Il centro ora può nascere e lo chiameremo, lo chiameremo...Padre nostro!Ž.

Non fu una scelta casuale, ma un segnale per tutta Brancaccio.

Come ci ricorda il Prof. Vincenzo Bussa autore del volume "Don 3P. Sorriso che converte" le parole di Don Pino: "Immaginiamoci ad esempio i bambini del quartiere che si dicono: "Andiamo al Padre nostro", "Io vado al Padre nostro".

Ecco il nome è già una metafora del ritorno al Padre, quello vero e non il boss della borgata".

Ma, intanto, la mafia sotto la spinta dei Corleonesi inizia la fase stragista con lŽattentato e lŽuccisione di Giovanni Falcone il 23 maggio 1992 e subito dopo di Paolo Borsellino il 19 luglio.

Sono fatti così eclatanti che spingono don Pino a mettere a tema per la prima volta in modo esplicito la questione-mafia.

Al linguaggio mafioso va contrapposto un altro linguaggio, che favorisca la presa di coscienza della propria dignità e della chiamata imprescindibile ad essere delle persone libere.

La mafiosità, secondo Don Pino, è entrata nelle vene delle persone e fa sembrare loro tutto normale:

normale uccidere,

normale rubare,

normale prevaricare,

normale ubbidire al violento di turno. 

Nella locandina che annuncia una serie di incontri sul tema del Padre nostro così egli scrive:

"Il Padre nostro come preghiera antimafia propone il recupero del significato di ŽnostroŽ, che si dilata molto al di là dellŽespressione mafiosa ŽCosa nostraŽ.

Egli intende fare cultura, Žper restituire il significato cristiano alle parole che la mafia falsa e distorceŽ.

La mafia, è "una cultura antievangelica e anticristiana, addirittura per certi aspetti, satanica: essa stravolge termini che indicano valori positivi e cristiani come famiglia, amicizia, solidarietà, onore, dignità.

Li carica di significati diametralmente opposti a quelli cristiani allo scopo di dominare con la prepotenza, la complicità, lŽasservimento e il disprezzo dellŽaltro".

Il ŽPadre nostroŽ a confronto con i disvalori della mafia

Don Pino propone uno sguardo sui possibili raffronti tra il cammino di umanizzazione che emerge dalla preghiera che ci ha lasciato il Signore e gli atteggiamenti che sostanziano la cosiddetta ŽculturaŽ mafiosa.

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, sia fatta la tua volontà.

A confronto con i parametri della mafiosità, arroganza, prepotenza e violenza, il Padre nostro propone per antitesi i valori evangelici della fede in Dio, nel Padre che è Amore, ma anche Autorità e davanti al quale siamo tutti uguali.

Venga il tuo regno.

A confronto con tutte le forme di violenza, di oppressione dellŽuomo, di disprezzo, di emarginazione il Padre nostro ci propone la sacralità della vita, della dignità della persona umana, figlia di Dio e che non ha bisogno di appoggiarsi su falsi piedistalli per essere grande e che non deve esercitare poteri abusivi per farsi rispettare; della libertà da ogni dipendenza schiavizzante, condizionamento, dagli idoli del denaro, del potere, dellŽapparire.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

A confronto con tutte le forme dellŽegoismo e con tutte le forme di aggregazione finalizzate al male, il Padre nostro propone il valore della fraternità responsabile, del servizio, della solidarietà.

Rimetti a noi i nostri debiti.

A confronto con la sete esasperata di ricchezza il Padre nostro ci propone il valore della sobrietà, della solidarietà, della gratuità, del lavoro onesto, responsabile, competente, la fiducia non passiva nella Provvidenza.

Non abbandonarci nella tentazione, ma liberaci dal male.

E infine a confronto con tutte le arroganze, le prepotenze, le violenze il Padre nostro ci fa chiedere liberazione, ma ci chiede anche di farci liberatori, di riconoscere il Male dai mille volti: miseria, ignoranza, malavita, vizio.

Insieme allŽelaborazione di questo itinerario un poŽ per scherzo, un poŽ con amarezza si sofferma a formulare una preghiera possibile del piccolo mafioso e che egli intitola: 

U patrinnostru du picciottu:

Parrinu mia e da nostra famigghia

tu si omu dŽonuri e di valuri
lu to nomi lŽha fari arrispettari

e tutti quanti tŽavemu a obbidiri
Chiddu chi dici, ognunu lŽavi a fari

picchì è liggi, si nun voli muriri
Tu nni sì patri c anni duni pani

pani e travagghiu
E nun tŽarrifardii dŽarrimunnari anticchia a cu pusseri
picchì sai ca i picciotti hannu a mangiari
Cu sgarra, lu sapemu, avi a pagari

Nun pirdunari, vasinnò si nŽfami
Ed è Žnfami cu parra e fa la spia.
Chista è la liggi di sta cumpagnia.

Mi raccumannu a tia, parrinu miu,

liberami di sbirri
E da custura

libera a mia e a tutti li to amici.
Sempri sarà accussì e cu fici fici.

Mettendo le due preghiere a raffronto quasi in sinossi Don Pino chiede ad ogni ragazzo, ad ogni uomo di buona volontà di decidersi a compiere una scelta di campo per dare un senso compiutamente umano alla propria vita e non svenderla per paura o per interesse a quella cultura mafiosa, che sa solo produrre macerie e morte.

Don Pino ha scelto il Vangelo, il Regno di Dio come spazio di fraternità, di non piegarsi di fronte a qualsiasi intimidazione.

Allora «Perché lŽhanno ammazzato?».

Ed è forse questa la motivazione per la quale il Santo Padre sarà in Sicilia. La necessità che la figura di padre Puglisi «non venga stereotipata, ridotta a ŽsantinoŽ senza un passato»; ed è la sua personalità che abbiamo la necessità di ricostruire, per concretizzarla e renderlo il più possibile vicina a ognuno di noi.

Sì, ma verso dove?

Padre Puglisi è come «un chicco di grano: solo se muore dà frutti».

Sì, lŽabbiamo fatto santo, ma a lui sarebbe interessato ben poco, avrebbe invece voluto che qualcuno continuasse.

Si aspettava che qualcuno lo facesse.

CŽè una pagina mancante in questa storia.

Cosa è accaduto dopo la morte di Puglisi?

Dopo di lui tutto tace!

Fino ad oggi, dopo tutti questi anni.

In linea con lŽoblio che ha avvolto il caso Puglisi la sconcertante frase del prete che sostituì don Puglisi, riportata da Gregorio Porcaro («adesso togliamoci dalla testa questo cadavere») di cui il parroco negherà poi la paternità.

Ed è proprio lŽipocrisia che sta sullo sfondo di questa vicenda.

UnŽipocrisia che affonda le sue radici nei meandri più oscuri della società e della politica.

Ipocrisia che ci fa comprendere appieno la drammatica solitudine in cui si ritrovò padre Puglisi facendo si che diventasse pienamente, come lo è, «martire di una Chiesa incapace di ribellarsi».

Ovvero di una chiesa che ha lasciato solo ai grandi Papi il compito di gridare lo sconcerto per un popolo che ancora tarda a ribellarsi veramente.

Grazie alla deposizione processuale dellŽomicida, Salvatore Grigoli, abbiamo potuto conoscere gli ultimi istanti di 3P. "Gaspare Spatuzza si avvicinò a don Giuseppe e piano gli disse: "Padre, questa è una rapina". Lui si girò, lo guardò, sorrise, poi, aggiunse: "Me lŽaspettavo". Poi il colpo alla nuca, sparato da Salvatore Grigoli.

Ai giovani don Puglisi raccomandava:

"Si, ma verso dove?"

AnchŽio mi chiedo: verso dove?

Forse don Giuseppe Puglisi e i martiri della fede, sapranno indicarmi e indicarci la strada...

Antonio Fundarò


 

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