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Inserita in Politica il 17/10/2017 da Direttore

Elezioni Ordine Giornalisti. Nel rispetto della legge (incostituzionale) ma in violazione dei diritti degli iscritti

Elezioni
Come previsto, si sono svolte il 1° ottobre scorso le elezioni regionali e nazionali dell’Ordine dei Giornalisti.

La domanda oggi è d’obbligo: ma chi mai rappresentano questi “eletti” ? Elezioni nel pieno rispetto delle leggi di riferimento, confuse e contraddittorie ma anche, è il caso del DPR 67/2017, con manifesti vizi di incostituzionalità e che, come prevedibile, hanno avuto una scarsissima partecipazione.

In Lombardia, dove si è votato solo a Milano, secondo i dati rilevati dal sito dell’Ordine, hanno votato al primo turno 953 giornalisti professionisti su 8.283iscritti – pari all’11,51% degli aventi diritto, pubblicisti 506 su 13.801 iscritti pari al 3,66%.

In Sicilia, sistema strutturato su tre assemblee/seggi, i pubblicisti che hanno votato sono stati 774 su 3.808, poco più che il 20% degli aventi diritto mentre i professionisti sono stati 535 dei 1045 aventi diritto.

Nel Lazio, con due seggi, hanno votato 1630 professionisti su 7887 aventi diritto e addirittura 524 pubblicisti su 11.655, poco più del 4%. Analizzando il dato a livello nazionale si può ipotizzare che nel complesso oltre l’85% degli aventi diritto non abbia esercitato il proprio diritto di voto e, pertanto verrebbe da chiedersi chi rappresentino gli eletti negli ordini regionali e al Consiglio Nazionale dove, peraltro, una regione non sarà rappresentata dai pubblicisti. Si è votato, come detto, seguendo le leggi di riferimento e, come scrive lo stesso ODG, nel suo manuale “Norme per le elezioni”, “deducendo” la legge (pag. 10 del regolamento) e nel silenzio della legge “considerare” (pag. 19).

Non esiste un vero e proprio regolamento che stabilisca come avvengano chiaramente le elezioni e soprattutto quale sarebbe il procedimento di “candidatura” , propaganda e di votazione. Ma, cosa che appare ancora più grave, la base elettorale non è, per legge e per regolamento, messa in condizioni di pari opportunità per poter esercitare il proprio diritto di voto poiché, i seggi in molti casi vengono istituiti distanti dalle città di residenza dei votanti di oltre 100 chilometri.

Apparirebbe evidente che l’istituzione di un seggio, con un massimo di tre per regione, oltre a limitare fortemente il diritto di voto ai giornalisti che risiedono in città e province diverse dal capoluogo o delle sedi indicate, porterebbe un indubbio vantaggio a gruppi di giornalisti residenti nelle tre province e nelle immediate vicinanze che potrebbero convenire su liste di propri candidati a discapito di eventuali candidati rappresentanti le province diverse di dove vengono istituiti i seggi, potendo contare sull’astensione “forzata” al voto di buona parte dell’elettorato passivo che non ha parità di condizioni degli iscritti del capoluogo e degli altri due seggi istituiti per poter esprimere il proprio voto.

Il vulnus partecipativo, per così dire “forzato” per legge, crea inevitabilmente un vulnus rappresentativo e di conseguenza, porta ad un sistema di governo dell’ordine sia a livello nazionale che regionale, squilibrato e non rappresentativo di tutta la platea gli iscritti, in quanto impensabile che un cittadino/giornalista, si sobbarchi, per due domeniche consecutive, centinaia di chilometri per andare a votare. I dati delle elezioni che si sono appena concluse, ampiamente previsti, sono rappresentati al Ministero della Giustizia e all’Ordine Nazionale con la richiesta di una sospensione delle e elezioni per il tempo necessario a mettere ordine nel complesso, contradditorio, confuso e incostituzionale sistema normativo in vigore. Ma dal Ministero silenzio assoluto e l’Odg nazionale ha risposta evasivamente, mentre l’Odg di Sicilia, a cui per correttezza è stata inviata la nota, ha risposto ritenendo le contestazioni alle norme “valutazioni a tratti incomprensibili e in altri casi frutto di evidente disinformazione e di mancata conoscenza delle regole”. E ancora, continua l’ODG Sicilia “Nessuna violazione dunque dei diritti degli iscritti, né alcun ‘vulnus partecipativo’.

Parlare della necessità di adottare uno ‘statuto con cui normare la vita associativa’ è frutto di un gravissimo errore, considerato che l’Ordine è un ente pubblico non economico e non un’associazione privata; la sua vita è pertanto regolata da leggi e regolamenti e non da statuti interni”. Alla luce della evidente astensione “forzata” al voto non solo in Sicilia, ma in tutta Italia con punte clamorose di astensione al voto in Lombardia e Lazio, pari al 95%, e in Sicilia dell’80% degli aventi diritto dei pubblicisti, è incontestabile in fatto che siamo in presenza di una situazione che dovrebbe far rizzare i capelli e preoccupare i vertici nazionali e regionali. Ma c’è di più, il vulnus rappresentativo che si è aggravato con l’entrata in vigore del DPR 67/2017, il quale stabilisce che il Consiglio Nazionale sia composto da 40 giornalisti professionisti e 20 pubblicisti quando oltre il 75% degli iscritti all’ordine è giornalista pubblicista. A seguito di quanto disciplinato dal DPR, si è venuto a creare un empasse non costituzionale prescrivendo che la maggioranza degli iscritti, (i pubblicisti) venga rappresentata da una minoranza, (i professionisti) i quali, peraltro, per effetto del subentro di un giornalista appartenente alle minoranze linguistiche che ha ottenuto il maggior numero di voti di lista speciale, si vedono privati della rappresentanza di una delle 20 regioni.

Per legge, chiaramente e gravemente incostituzionale, una minoranza assume la maggioranza all’interno dell’Ordine, sia a livello nazionale che regionale e, sempre per legge, una delle venti regioni non viene rappresentata al consiglio nazionale dai pubblicisti. Una mostruosa violazione dei diritti degli iscritti e della democrazia. In nessun altro ente di diritto pubblico non economico, ordini professionali compresi, esistono norme incostituzionali come quelle del DPR 67/2017 e in nessun ente pubblico o privato il governo viene assegnato per legge ad un minoranza degli. A ciò si aggiunge la mancanza di uno statuto dell’ente, previsto per legge che però per la (ex?) presidenza nazionale e regionale, non è previsto. Ma tale strumento è “obbligatorio per legge” anche per l’Odg. in quanto, il riconoscimento della natura pubblica (economica o non) di una persona giuridica comporta la collocazione della stessa in una posizione differenziata da quella dei soggetti privati, con la correlata assunzione di poteri e prerogative propri dei soggetti pubblici. Un ente di diritto pubblico quale è l’ordine dei giornalisti è tenuto, nel rispetto ed a tutela dei propri membri ed organi, all’adozione di uno Statuto per il regolamento delle proprie funzioni.

Lo statuto disciplina l’organizzazione e il funzionamento di un ente di diritto pubblico o privato e detta regole precise cui tutti devono sottostare, senza deroghe e senza “interpretazioni” o “deduzioni”. Per concludere, le leggi di riferimento, a partire dalla l.69/63 e successive necessitano di una profonda rivisitazione per portarle nell’alveo della costituzionalità, della democrazia rappresentativa e del rispetto dei diritti degli iscritti. Ma non è dalla politica attuale che ci sta mostrando in questi giorni il peggio di sè con la questione della legge elettorale che ci si può aspettare un rinnovamento. Appare però evidente che alla luce delle dei fatti e della grave situazione di incostituzionalità del DPR 67/2017 e di leggi e norme che violano i diritti degli iscritti, interventi legislativi e normativi devono essere adottati con quella urgenza che la situazione impone. Resta ora da capire se c’è la volontà e soprattutto l’interesse a far nascere un ordine professionale democratico e rispettoso dei diritti degli iscritti.

 

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