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Inserita in Cultura il 29/05/2019 da Direttore

Il Museo Riso di Palermo e il maestro Momò Calascibetta diffidati ad esporre un dipinto

Il
Giovedì 23 maggio presso la Cappella dell´Incoronata del Polo Museale Riso di Palermo è stata inaugurata l’esposizione itinerante Cenere, un’installazione di Momò Calascibetta con un racconto di Dario Orphée La Mendola a cura di Andrea Guastella.
La mostra, tuttavia, non ha potuto estrinsecarsi serenamente e presentarsi al grande pubblico, come nelle intenzioni del Museo che la ospitava e dell’artista, in quanto quest’ultimi sono stati diffidati dall’esporre un dipinto che una galleria palermitana ha ritenuto personalmente offensivo, invocando la sussistenza di matici incitanti all’omofobia. Il copione dell’esposizione, nella sua tappa di Palermo, prevedeva, infatti, un’esperienza performativa che di fatto si è posta in essere, esplicativa del significato scientifico, antropologico e culturale del concetto sotteso al filo conduttore della mostra. Prevedeva infatti la mutazione, nel corso della mostra, dei quadri raffigurati, la rotazione e l’integrazione di celle vuote e piene, di contenuti e non certo di riferimenti a persone o vite personali.
La progettualità della mostra ed il messaggio in essa racchiuso, certamente evolutivo e critico, è esposto all’entrata della Cappella dell’Incoronazione ed ha accompagnato ogni sua tappa, nelle diverse composizioni e forme delle celle, ossia dei quadri inseriti nell’istallazione.
Alla luce del contenuto della diffida pervenuta al museo ed all’artista, l’artista, sotto la sua responsabilità, ha oscurato immediatamente l’unica opera oggetto della diffida, con indicazione provvisoria “arte diffidata”, applicando con dovizia ed onestà intellettuale l’interpretazione nominale data alla sua opera dal diffidante medesimo e dai suoi legali.
Ovviamente questa, parentesi “arte diffidata” è stato un fuori programma. 
Era, invece, programmata, in una dinamica performativa peculiare dell’arte contemporanea di oggi, la variazione sul tema, ossia il vuoto, l’assenza di colore via via nelle diverse celle presenti nell’istallazione, sino all’oscuramento per poi disporne l’apertura in un altro complesso museale, parte dell’intero progetto espositivo, nelle tappe future. 
Oggi, infatti, l’opera è visionabile al Museo Riso presso la Cappella dell’Incoronata in via dell’Incoronazione, dietro la Cattedrale, e subirà ancora delle modifiche come da copione.
La diffida posta in essere dalla galleria di Palermo è stata corroborata dall’integrazione a latere di numerose attività diffamatorie ai danni dell’artista e di altri artisti italiani, in numerosi social network su una piattaforma internazionale, con il consenso di alcuni che in modo spregiudicato si sono resi partecipi di tale diffamazione ai danni dell’arte. Per fortuna molte sono state le azioni e le dichiarazioni di stima da parte di molti artisti, curatori, collezionisti, giornalisti, direttori di musei e persone del pubblico che hanno compreso perfettamente il senso di Cenere, leggendo semplicemente il testo esplicativo all’entrata, ma soprattutto hanno rappresentato che la valutazione oggi di una opera d’arte in quanto tale non è dominio né del gallerista né di altri che gravitano essenzialmente intorno a lui o lei ma è soprattutto della storia di oggi e di domani, del pubblico di oggi e del pubblico dei posteri. Le offese nei confronti di altri artisti che hanno peccato di essere stati esposti in musei pubblici è stata, a nostro parere, l’aspetto più grave di questa parentesi e storia che evidenziano una sorta di tentativo di accreditamento totalitario e assolutamente anticoncorrenziale che con l’arte e l’espressione libera dell’arte non ha alcun legame e su cui la stampa dovrebbe aprire una dialettica costruttiva e di libero confronto. Gli artisti ed il curatore non sono omofobi e per tale dichiarazione perseguiranno, se riterranno, coloro che li hanno tacciati di tali ingiurie nelle opportune sedi che non sono certo l’acquisizione di intere pagine di note testate giornalistiche.
A seguire una dichiarazione di autori e curatore.
Cenere è una mostra satirica, una riflessione palesemente giocosa sul sistema dell’arte in Sicilia come nel mondo nella contemporaneità che stiamo vivendo. 
È una fotografia del nostro tempo che utilizza i parametri caricaturali della satira di sempre, ricorrendo ad argomenti iconografici di casa nel tempio dell’arte da più di 4 millenni.
Nella maglia della satira, sin dalla notte dei tempi, rientrano i personaggi pubblici e tra questi nella nostra contemporaneità, nello scenario dell’arte e dell’evoluzione dell’arte, più che i mecenati, ancora oggi presenti se ben pochi e comunque raffigurati nell’istallazione del Maestro Momò Calascibetta, anche i critici delle testate specialistiche, i galleristi, gli artisti di tutti i tempi e delle diverse forme oggi evolutesi, i collezionisti di famiglia e nuovi, i curatori, le fondazioni, i musei pubblici e privati – che, coi loro interventi, spesso imperscrutabili, influiscono inevitabilmente sulla diffusione di un’opera perché ne veicolano l’apprezzamento sia in termini critici che economici, influenzandone con un comportamento attivo, irreversibilmente ed inevitabilmente la comprensione. 
Tra i componenti del sistema, non dimentichiamoci, c’è anche il pubblico che, a prescindere dalla storicizzazione finale che avviene nell’approdo alle grandi esposizioni internazionali ed alle catalogazioni che in dette occasioni vengono redatte e passate ai posteri - come la Biennale di Venezia, Documenta, Art Basel a Basilea, Artissima a Torino, Arte Fiera, BIAS in Sicilia e tante altre nel mondo - a differenza di quanto accade sovente nelle rassegne di arte contemporanea, non è più inteso solo come uno dei destinatari finali dell’opera d’arte, ivi compresa la sua progenitura infinitamente possibile, ma come protagonista attivo e coinvolto in prima persona nella sua realizzazione. Le tappe itineranti della mostra Cenere, ormai in movimento in numerosi musei pubblici e piazze d’arte contemporanea ben note da oltre un anno, sono state anticipate dalle più svariate forme di arte performativa, discussioni, proiezioni di filmati, tavole rotonde cui hanno partecipato illustri e numerosi attori del mondo dell’arte di oggi con una visione sempre aderente a quella che nei secoli è alla base della satira.
Uno dei più grandi spettacoli in cui ci siamo imbattuti è stato proprio registrare, a sua volta, le espressioni dei visitatori: smorfie di sconcerto o di stupore che, il più delle volte, si scioglievano in incontenibile riso. Il loro, ma anche il nostro, come quando una donna gentilissima, introdotta in un girone dell’Inferno, ebbe a esclamare “è Primavera”. Magari non sbagliava. 
Tutto, però, potevamo aspettarci fuorché una galleria palermitana, individuando titolare e suo socio e marito in una immagine riconducibile ad una Madonna col bambino incoronati, come un imperatore ellenico o romano, egiziano o bizantino, in una ricollocazione meramente dionisiaca, addobbati di paramenti sacri, con una bottiglia di vino tra le mani, scambiasse l’opera per un ritratto allusivo a lui ed alla sua vita privata!!! Nella Primavera ed in altre opere di Botticelli, si annida il viso di una dama genovese e quelli di noti personaggi della famiglia de Medici, nelle opere di El Greco e di Picasso i loro contemporanei attori della vita pubblica, non per questo Donna Vespucci è una conchiglia o una cozza!
Il lavoro, come gli altri, lontano da giudicare o voler giudicare, proprio agli esperti – molti tra essi lo hanno infatti sin da subito compreso e sono stati al gioco, forse con una piccola punta di narcisismo - rappresenta ben altra cosa, non rivestendo interesse per alcuno le tendenze personali di chicchessia, soprattutto se di palese dominio pubblico e decisamente sempre più integranti la regola che l’eccezione oggi.
Il Maestro non voleva di certo offendere la galleria che stima e i titolari che ritiene importanti interpreti, come del resto tutti gli altri personaggi rappresentati, veri o falsi che siano. In particolare si evidenzia che in numerosi passaggi di questa installazione che più che di un cimitero ha la forma di una icona a più figure, Momò si disegna e ridisegna in modo più che satirico e critico.
Non si può ovviamente determinare la suscettibilità individuale di ciascuno, che è direttamente proporzionale al concetto che ciascuno ha di se stesso.
Certo è che il Maestro Calascibetta non ha né voluto né rappresentato elementi di omofobia, né incitato a questo. 
Ciò nonostante, nel rispetto del volere espresso, solo dopo più di un anno per onor del vero e di cronaca, e l’interpretazione personale omofoba data dai titolari delle galleria di figure nelle quali ritenevano essere raffigurati a titolo personale, il Maestro Momò ha immediatamente, prima ancora dell’inaugurazione, anticipando il copione già previsto per la mostra, deciso di offuscare questa parte dell’opera, non certo per il timore di venire additato come omofobo ma nel rispetto intellettuale della persone che lamentavano una tra le possibili interpretazioni, se pur la più remota. 
Quello che oggi è ben più grave, non è la censura della galleria e la forzata anticipazione delle tappe successive della mostra Cenere nella creazione di nuove celle incolore, ma la violenza diffamatoria ai danni dell’artista, di altri e di numerose istituzioni che ha ritenuto di coronare il denunciante, insieme altre persone a lui vicine, di un impropria legittimazione diffamatoria senza limite e quel che è peggio la ben che minima professionalità, integrando una reale e plurima ipotesi di reato diffamatorio.
Il sostegno di tanti artisti e della comunità nazionale ed internazionale a favore di Calascibetta deve fare riflettere oggi su tanto potentato, anche a mezzo stampa, di alcune persone che vorrebbero ridurre l’arte a cosa propria e sottrarla a libero e sereno scambio di idee.
Il travestimento uomo donna e viceversa non è certo prerogativa degli omosessuali; sin dall’antica Grecia come nei teatri di tutti i licei e altolocati college nel mondo da Harvard a Ascot, dal Giulio Cesare di Roma al Dante Alighieri di Padova, all’Umberto I di Palermo è parte del teatro ed è in scena da sempre senza scomodare il più noto Carnevale di Rio o di Venezia. 
Di questo travestimento, fanno poi parte oggetti e icone religiose come angeli o croci, che non solo sono presenti in molte altre opere dell’istallazione, ma vanno riferiti alla sua forma simbolica di altare celebrativo e cimitero. 
Tutti i protagonisti dell’istallazione di Cenere infatti non sono altro che attori travestiti nello stesso contemporaneo circo vivente. Il primo dei travestiti è l’artista stesso, che non a caso, novello Flaubert che anziché scrivere dipinge, tacciato di omofobia a proposito di un pastello presentato mesi fa, ha replicato fotografandosi nella medesima posa, col medesimo sfondo e con le unghie e le labbra truccate. Omofobia? No, grazie. 
Viene quindi da chiedersi se la tacciata omofobia non sia piuttosto un mero tentativo di proporre una Momofobia e, in più larga scala, una censura alla dialettica libera dell’arte.
Cos’è del resto l’arte se non una menzogna legalizzata, un capriccio pittorico, una verità cercata per eccesso di finzione, anche a costo di dubitare della propria identità?
Da omosessuali, dovremmo ritenerci profondamente offesi qualora, considerati alla stregua di una specie protetta, non potessimo essere oggetto di ironia, quasi l’omosessualità fosse sinonimo di minorità, di condizione da celare. La donna è spesso immagine di perfezione fisica asservita agli occhi di ogni passante e, se libera nel suo conoscere l’altro sesso, viene sovente bollata con le peggiori denominazioni. L’omosessuale truccato può essere uno stereotipo come no: Momò è felicemente sposato con una donna eppure si è rappresentato allegramente truccato. 
Un titolare della galleria, ritrovandosi – bontà sua – nel pastello di Calascibetta cui si accennava, aveva replicato molto tempo fa, in occasione di un´altra esposizione, in prima battuta con un emoticon sorridente e una frase scherzosa. Poi qualcosa è cambiato. 
Ha deciso e tentato di determinare che l’artista fosse volgare, omofobo, offensivo. Addirittura che mirasse a lucrare profittando della sua notorietà. Perché allora, visto quanto è attento a quella che ritiene la sua immagine, non gli ha chiesto subito, pur sapendo dell’esposizione come evidenziato nei suoi commenti nel corso di questi mesi, di modificare il pannello di Cenere? Perché ha lasciato che esso circolasse per oltre un anno in nove posti differenti, compresa la Farm di Favara, dove il quadro è stato ammirato da centinaia di visitatori al giorno? Perché ha aspettato il pomeriggio della vernice palermitana per intimare, pena il ricorso alle vie legali, all’artista e al museo di non presentarlo? Sarebbe stata sufficiente una mail, nei tempi opportuni. Anche perché – a dirla tutta – la vicinanza presunta del dipinto alle fattezze dei galleristi e consorti è l’aspetto meno interessante della storia. Due prigioni trafitti e dolenti pendono alle spalle della coppia; qualcuno ci fa caso? 
Distratti dai particolari Kitsch, dimentichiamo che l’istallazione è metaforica, perciò artistica: Calascibetta sta riflettendo sulla morte e la vita: dell’arte, certo. Ma soprattutto delle illusioni e potenzialità dell’esercizio o tentativo di esercizio del potere. La strada che ha scelto di percorrere è quella meno triste, più digeribile – ma non per ciò più facile – della satira. 
Se qualcuno ci è rimasto male, ci dispiace non vi era nessun intento offensivo e diffamatorio. La lista dei candidati al gotha del loculo dei galleristi insoddisfatti è lunga quanto quella dei comuni cimiteri.
Non ultimo qualcuno, e non uno ancora oggi pensano che artista e gallerista siano d’accordo e che tutto ciò sia solo una satirica performance i cui confini tra caricatura e caricaturato sono deliberatamente molto molto poco delineati.

Momò Calascibetta, Dario Orphée La Mendola, Andrea Guastella


 

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