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Inserita in Cronaca il 01/09/2025
da ALESSANDRA GIANNOLA
“SETE DI DIGNITÀ”, DAL CARCERE DI CASTELVETRANO PROGETTO PILOTA
Dentro le mura del carcere di Castelvetrano è nato il progetto pilota “Sete di dignità”, promosso dalla Fraternità Betlemme di Èfrata, in collaborazione con la Diocesi. Si tratta di un gesto concreto: portare ogni mese acqua oligominerale in bottiglia ai detenuti indigenti, restituendo loro qualcosa di molto più grande: la dignità. Tutto è nato dall’ascolto. Don Vincenzo Aloisi, cappellano del carcere e cofondatore della Fraternità, ha raccolto il grido silenzioso di chi, in estate, affronta il caldo senza la possibilità di acquistare una bottiglia d’acqua. Infatti, la normativa che regolamenta la fornitura del vitto nelle carceri non prevede la fornitura insieme ai pasti della bottiglia d’acqua, la quale va comprata dal singolo detenuto. La legge sull’ordinamento penitenziario (Legge n. 354/1975), a proposito di vitto all’art. 9 prevede che «la quantità e la qualità del vitto giornaliero sono determinate da apposite tabelle approvate con decreto ministeriale»; tali tabelle, però, alla data odierna, non prevedono la fornitura di acqua in bottiglia oltre ai tre pasti giornalieri, ma unicamente il diritto all’acqua potabile assicurata dalla rete idrica pubblica. «L’auspicio del progetto è anche quello di far modificare tale normativa e così prevedere la fornitura di acqua minerale insieme ai pasti presso le carceri come già avviene in tutte le strutture pubbliche dove viene fornito il vitto», spiega don Vincenzo Aloisi. Da qui l’idea di donare, ogni mese, una pedana di bottiglie – circa 1.500 – da distribuire ai più bisognosi, con la collaborazione dell’area educativa del carcere. La Fraternità, anche grazie al contributo economico della parrocchia San Francesco da Paola di Castelvetrano, degli adoratori e dell’Unità Pastorale delle parrocchie Maria Ss. della Salute e Maria Ss. Annunziata di Castelvetrano, si è fatta carico dell’intero progetto: acquisto, trasporto, distribuzione. Ma non si tratta solo di un gesto solidale. L’acqua diventa simbolo di cura, prossimità, rispetto. È il Vangelo che si fa bottiglia, che disseta la sete più profonda: quella di essere visti, riconosciuti, amati. «Portare acqua in carcere significa dire a quei volti segnati che sono ancora figli amati da Dio. Che nessun errore può cancellare la loro umanità. Il progetto ha già generato frutti di speranza. Alcuni detenuti hanno ringraziato commossi: «Con quest’acqua ci avete fatto sentire persone», spiega Filippo Inzirillo, referente diocesano dell’Ufficio della pastorale carceraria.
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