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Inserita in Cultura il 27/01/2015 da REDAZIONE REGIONALE

ALCAMO MEMORIA - Scorze di patate: della scrittrice Pietra De Blasi, raccontano la storia amara di due IMI, il padre e lo zio, deportati e poi ritornati liberi

ALCAMO
70 anni di ricordi
La Giornata della Memoria alcamese ricorda gli Internati Militari Italiani
“Scorze di patate” della scrittrice Pietra De Blasi, raccontano la storia amara di due IMI, il padre e lo zio, deportati e poi ritornati liberi
“Una pagina di storia per non dimenticare e per ricordarci che siamo uomini”

70.
Sono 70.
70 anni.
70 lunghissimi anni.
70 anni per ricordare il terrore.
70 anni per ricordare ed evitare che non sia dimenticato l’orrore di quegli anni.
70 anni per ridare dignità all’uomo, mortificato.
Ma 70 anni sono bastati per restituire alla Storia dell’umanità la sua rispettabilità?
E per non dimenticare, in questi decenni, vissuti con il cuore dolorante e sanguinante, il sange dei tanti che hanno perso la vita, donne e uomini, giovanissimi e bambini, e con la vita il futuro, in molti hanno raccontato la loro storia in delle splendide opere letterarie e cinematografiche.
La storia di donne e uomini che entravano nei campi di streminio certi di non potere più uscirne se non dalle ciminiere di quei maledetti forni.
Ed oggi, per fortuna, in Europa, nel Mondo, ed in Italia, sono tanti gli incontri per non dimenticare, per fornire alle nuove generazioni nuove opportunità di riflessione.
Uno tra questi, ad Alcamo, ha riacceso una luce sugli Internati Militari Italiani, sui quali, altrimenti, calerebbe un indecoroso sipario. Uomini che hanno regalato la loro vita, diversi anni della loro esistenza, per costruire la lIbertà e la Democrazia della Nostra cara Italia.
A loro, la Città di Alcamo, ha voluto dedicare la Giornata della Memoria; al “Prigioniero n° 194671 Stannlager”, alcamese, che con Andrea, suo fratello, entrambi premiati dalla Repubblica Italiana, per questo sacrificio, impagabile, nelle pagine dello splendido volume “Scorze di Patate”, della figlia Pietra De Blasi, è riuscito ha lasciare una eredità inestimabile ai tanti che lo leggeranno attraverso il dolore e le tante emozioni di una scrittrice attenta ed impegnata.
Oltre alle due sorelle De Blasi, Pietra, scrittrice e docente, ed Anna Maria, docente e responsabile, per Alcamo, dell’Associazione Diritti Umani COTULEVI, sono intervenuti Selene Grimaudo, Assessore alla Cultura del Comune di Alcamo che ha concesso il patrocinio gratuito, ed il Maestro Fausto Cannone, musicista, compositore e poeta fine che ha musicato alcune poesie contenute nel volume di cui è autrice Pietra De Blasi Scorze di patate, poi eseguite, con la sua magistrale sensibilità e bravura, durante la presentazione del volume, in quel Collegio dei Gesuiti che ospiti il Museo entomusicale dedicato al padre Gaspare e da lui regalato al Comune di Alcamo.
A completare la serata una esposizione di pittura della pittrice Valeria Treccase, figlia di Anna Maria De Blasi, le cui tele hanno suscitato emozioni e profondi ragionamneti attorno alla solitudine dell’uomo; un uomo non definito, perduto tra le inquietudini del suo tempo.
“Mi associo al ricordo, amaro, di quel periodo buio della storia dell´uomo” le parole dei tanti, uomini comuni, studenti, intellettuali, giornalisti, che hanno impegnato, alcune ore al ricordo di quel periodo, e alla raccolta di briole di libertà, di nquelle che Pietra ha rimesso insieme, nella sua Alcamo e nel Piemonte, dove opera e ove il suo nome è legato alla tenacia e alla determinazione di una donna che ha dedicato la sua vita, alla storia di ieri e a quella di domani.
Il volume della Professoressa Pietra De Blasi Scorze di patate, edizioni Forum (Consorzio di Formazione, Ricerca ed Università per il Mediterraneo), stampato per i tipi della casa editrice Carruba di Alcamo,
propone al lettore alcune riflessioni sulle deportazioni naziste e rievoca immagini e paure di chi, quelle sofferenze, ha vissuto personalmente.
In questo volume, drammatico e vibrante nelle sue pagine, attraverso continui riferimenti, è fatta rivivere la storia di due fratelli, militari italiani, internati nei lager nazisti, durante la cruenta Seconda Guerra Mondiale.
È la storia dei deportati sopravvissuti, le ‘vie di fuga’ dei gerarchi nazisti dopo la fine della guerra, la loro nuova vita, l’attività dei servizi segreti, seppur difficile da credere, il fiorire di ‘organizzazioni’ e movimenti revisionisti della peggior specie.
Spesso i fatti storici, nella loro oggettività, non rendono possibile quanto, invece, lo scritto riesce a veicolare, anche, talvolta, attraverso una operazione letteraria così perfetta come quella della professoressa Pietra De Blasi.
La comprensione dell’immensa tragicità della morte di migliaia di persone nei campi di sterminio, moltissimi gli Internati Militari Italiani, solo fino a qualche anno fa dimenticati, è forse impossibile finché non si comprende il significato della morte di ogni singola persona.
Attraverso la narrazione letteraria ogni singolo volto umano ritrova la sua ‘sensibilità’, esce fuori da quell’annientamento di massa prodotto nei lager, che la storia ci ha spesso tramandato in numeri, e la memoria in resoconti; questi ultimi, per forza di cose, sono molto simili tra loro e corrono il rischio di diventare un unico e sempre uguale racconto.
Racconti per non dimenticare, dunque, quello di Pietra De Blasi e, per certi versi, di Anna Maria, sua sorella, attenta e meticolosa cultrice dei diritti, quelli calpestati e quelli dimentricati, che ha affidato ad alcuni, penetranti e tormentati versi dell’anima, le sue speranze, quelle di “Libertà”, e le sue angoscie, quelle delle “Scorze di patate”, amare, dei tanti deportati, malnutriti nel corpo e fustigati nell’animo.
Come ebbi a scrivere, un decennio fa, quando ebbi la fortuna e l’onore di leggere, credo tra i primissimi, le bozze del volume Scorze di patate, Pietra De Blasi mette in forte evidenza la responsabilità dell’intellettuale di oggi di fronte allo sterminio nazista, quasi come monito affinché non si ripeta, tra le fila degli intellettuali, la stessa indifferenza mostrata dagli uomini di cultura del periodo fascista.
Allo stesso tempo, però, Scorze di patate si pone la necessità di ricordare e di passare il testimone alle nuove generazioni.
È questo il compito dell’intellettuale, la responsabilità che resta ad ogni singolo artista: farsi, come scrive Affinati, “palombaro” e penetrare “con uno speciale scafandro poetico-strutturale nell’interiorità spezzata che caratterizza la coscienza moderna”.
La letteratura contemporanea, al contrario di quello che sostenevano Adorno o Wiesel, non si è annullata ma, al contrario, ha recuperato proprio attraverso il tema dello sterminio, anche solo quello della dignità, per i tanti sopravvissuti, la sua funzione più alta: quella di educare, guidare, formare menti e coscienze, costruire persone, e lettori, individuati, impedire il silenzio e l’appiattimento mentale e culturale che, paradossalmente, potrebbe invece venire ‘facilitato’ da una letteratura solamente ‘di memoria’, la quale, nella sua ripetitività, potrebbe addirittura ‘annoiare’, rendendo scontate esperienze che non possono permettersi tale ordinarietà.
Gli scrittori che si ‘cimentano’ con l’esperienza dei lager sono artisti non “sganciati dai doveri dell’uomo comune”, non separano “impunemente la causa dell’arte da quella dell’uomo”.
Il campo di sterminio non è più e solo un luogo fisico del quale avere sempre memoria, ma soprattutto luogo mentale anzi, intellettuale, da cui attingere con lo stesso spirito descritto da Malinowski:
“Credo di essere diretto ad Auschwitz con lo stesso obiettivo che aveva lui quando si recò fra gli indigeni della Nuova Guinea: scoprire notizie sulla specie cui appartengo”.
Lo “scafandro poetico” serve all’artista per esplorare gli ‘abissi’ della sua natura di uomo, i suoi istinti primordiali. L’irruzione del totalitarismo e della violenza nella coscienza umana procede per vie molto complesse e sottili e “non è detto che l’istinto del branco non possa riemergere sotto mentite spoglie nell’epoca informatica”.
Altra responsabilità fondamentale dell’intellettuale è quella di non lasciare il dovere della memoria e della riflessione sullo sterminio nazista unicamente al popolo ebraico:
“Se stemperassimo la radicale estremità di ciò che avvenne in questi luoghi, lasciandone il compito unicamente al popolo ebreo, come una parentesi nella frase principale, contribuiremmo in modo oggettivo a decretare la loro futura cancellazione”.
Oggi più che mai deve apparire chiaro all’intellettuale che memoria e tradizione non possono essere lasciate ‘sole’ nel loro compito di ricordare, ammonire ed educare. In uno degli studi più completi sul massacro delle Fosse Ardeatine così scrive Alessandro Portelli “Una tradizione è un processo in cui anche la semplice ripetizione è una responsabilità cruciale, perché il sottile merletto della memoria si lacera in modo irreparabile ogni volta che qualcuno tace […]. Ricordare è come respirare: gli esseri umani non possono smettere neanche se vogliono. Altrimenti i silenzi e le lacerazioni vengono suturati dai ricordi e racconti altrui e il lavoro della memoria viene soppiantato dalla cattiva memoria del luogo comune e del falso buon senso. […] La memoria è un lavoro di ricerca di senso, incessante elaborazione del rapporto mutevole tra presente e passato, fra sé e il mondo, la cattiva memoria sostituisce questo processo con un testo intangibile, una soggettività congelata in difesa del cambiamento.[…]Una storiografia che ha pensato alla memoria come mero inaffidabile riflesso ha finito per ignorarne l’agire storico. La memoria sociale e la tradizione dal basso hanno supplito in parte a questa lacuna, ma è rimasto aperto lo spazio in cui la cattiva memoria ha continuato ad agire indisturbata e da dove riemerge oggi con tutta la forza del represso. La memoria testualizzata del revisionismo e della Regione Lazio è sia discorso ufficiale (approvata da apposita commissione) sia discorso alternativo (alla presunta storiografia di regime): il sogno avverato di un autoritarismo populista ammantato di linguaggio antiautoritario.
Scriveva Alessandro Manzoni in Storia della colonna infame “Noi, proponendo a lettori pazienti di fissare di nuovo lo sguardo sopra orrori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provarne ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si possono bandire, come falsi sistemi, né abolire, come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne’ loro effetti e detestarle […]. Quando nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d’avere, è un sollievo pensare che se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori”.
La De Blasi bandisce l’ignoranza su di un passato che si è voluto, prima nascondere, e poi cancellare, e riscopre, pelando le sue patate, un dramma che non si ha più a ripetere.
70 anni e nessuno ha più volglia di dimenticare, di girare il volto ed andare avanti.
La sofferenza di allora rimane la nostra piaga più dolorosa della storia dell’Uomo, di ogni tempo.
Basteranno questi momenti?
Basteranno le medaglie ed i riconoscimeti?
Basteranno le leggi per ricordare che gli uomini hanno altre missioni durante la loro, se pur travagliata, vita terrena?
Oblio o ricordo?
Pietra De Blasi, con Anna Maria, hanno regalato un motivo in più per sperare in un futuro diverso, a dispetto delle tante pagine di giornali ed i tanti notiziari, che ci raccontano di guerre, prigionie, lotte intestine e mortificazione dei diritti umani.

Antonio Fundarò
(Giornalista e scrittore)

 

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