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Inserita in Politica il 30/10/2014 da redazione

CAD SOCIALE - news

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Professionisti: stop ai controlli bancari
Il Fisco si adegua alla sentenza della Corte Costituzionale: cadendo per
i professionisti la presunzione costi/ricavi sui conti bancari,
l´Agenzia delle Entrate annulla i contenziosi.

L’Agenzia delle Entrate si adegua alla sentenza della Corte
Costituzionale n. 228/2014dello scorso 6 ottobre, secondo cui non è
lecita la presunzione costi/ricavi (pagamenti in nero) in relazione a
versamenti e prelevamenti sui conti bancari dei Professionisti, in caso
di mancata indicazione del beneficiario (legge n. 311/2004): non potendo
più essere automaticamente accusati non possono neanche essere soggetti
a controlli fiscali indiscriminati, per cui decadono i contenziosi
aperti in questo senso. Il Direttore Rossella Orlandi ha anticipato che
stanno per partire «precise direttive in tal senso».
Presunzione illecita

Come noto, la Corte ha stabilito l’illegittimità costituzionale
dell’art. 32, comma 1, numero 2), secondo periodo, del D.P.R. 29
settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento
delle imposte sui redditi), come modificato dall’art. 1, comma 402,
lettera a), numero 1), della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (Finanziaria
2005), limitatamente alle parole “o compensi”.


L’Art. 32 del D.P.R. n.600/1973, lo ricordiamo, prevedeva la
presunzione in base alla quale le somme prelevate o versate sul conto
corrente costituisconocompensi assoggettabili a tassazione, se non sono
o annotate nelle scritture contabili e se non sono indicati i soggetti
beneficiari dei pagamenti. L’art. 1 della legge n. 311 del 2004,
inserendo nel corpo di tale parte della disposizione le parole “o
compensi” aveva esteso ai lavoratori autonomi l’ambito operativo di
tale presunzione.
Attività professionale

La decisione della Corte Costituzionale, che pone fine alla presunzione
in questione, si basa sul fatto che l’esercizio di una attività
professionale non può essere equiparata automaticamente ad una
qualsiasi attività imprenditoriale, per la quale mantiene piena
efficacia la suddetta presunzione. Per il reddito da lavoro autonomo,
sottolinea la Corte, non possono valere le correlazioni
logico-presuntive tra costi e ricavi tipiche del reddito d’impresa e
il prelevamento sarebbe un “fatto oggettivamente estraneo
all’attività di produzione del reddito professionale”, idoneo a
costituire un “mero indice generale di spesa”. Questo perché, anche
se le figure dell’imprenditore e del lavoratore autonomo sono per
molti versi affini nel diritto interno come nel diritto comunitario,
esistono specificità che devono essere considerate. Ad esempio
l’attività svolta dai lavoratori autonomi, tipicamente, caratterizza
per la preminenza dell’apporto del lavoro proprio e lamarginalità
dell’apparato organizzativo. Tale marginalità assume poi differenti
gradazioni a seconda della tipologia di lavoratori autonomi, sino a
divenire quasi assenza nei casi in cui è più accentuata la natura
intellettuale dell’attività svolta, come per le professioni liberali.
La Corte sottolinea inoltre che:

“La non ragionevolezza della presunzione è avvalorata dal fatto
che gli eventuali prelevamenti (che peraltro dovrebbero essere anomali
rispetto al tenore di vita secondo gli indirizzi dell’Agenzia delle
Entrate) vengono ad inserirsi in un sistema di contabilità semplificata
di cui generalmente e legittimamente si avvale la categoria; assetto
contabile da cui deriva la fisiologica promiscuità delle entrate e
delle speseprofessionali e personali”.

In conclusione

“Nel caso di specie la presunzione è lesiva del principio di
ragionevolezza nonché della capacità contributiva, essendo arbitrario
ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari
effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento
nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua
volta sia produttivo di un reddito”.

Fonte: Corte Costituzionale

 

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