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Inserita in Cultura il 18/02/2019 da Direttore

Vorrei vivere almeno altri cento anni

Vorrei
Ogni momento come se fosse l’ultimo per un dono di sé

Vorrei vivere almeno altri cento anni, non per paura di morire o essere diverso dagli altri miei simili, ma per fare quello che dovrebbero fare altre dieci, cento, mille persone sulla terra: accendere quel fuoco di amore che, “crepitando, il cuore infiamma” e, col contagio, fare ardere una fiammella in ogni essere umano.
Non credetemi esaltato o un megalomane, fuori di senno, non sono stato mai così consapevole, maturo di me stesso. Non sono neanche una persona speciale, ma un uomo qualunque. Non vado cercando notorietà o un posto di lavoro o un ruolo di prestigio. Il fatto di essere uomo, consapevole di quello che sono, già per me è un onore e mi basta.
Vorrei essere il fuoco per bruciare tutto, non perché sono piromane, ma per accendere la passione, l’entusiasmo, l’empatia, il pathos, il desiderio in ogni persona, perché si compenetri in ogni cosa che ci circonda e parli d’amore. Vorrei che i fucili diventassero infuocati per chi li imbraccia per uccidere, i soldi fossero scottanti per autocombustione per chi ne ha troppi e li utilizza solo a suo uso e consumo, la penna bruci nello scrivere parole che suscitino disinteresse per la vita, le mani perché ardano di desiderio di offrire al mondo quel bene che manca e di cui parecchi hanno bisogno, gli occhi perché siano sempre due lampade accese sul cammino. Vorrei gridare come un Francesco d’Assisi che lo faceva a squarciagola per le vie del Subasio “l’Amore non è amato” e chiamare ogni singola parte del creato col dolce nome di fratello e sorella.
Vorrei che tutti gli uomini che nel mondo tendono spesso a soffocare il bene nelle forme più impensate, arrecando male a se stessi, agli altri, alla creazione, prendano coscienza che così facendo perdono la loro identità di uomini e si trasformano in bestie, in non uomini, in esseri meschini. Il cattivo, inteso nel senso più ampio del termine (sia chi fa il male, cosciente di farlo, o chi lo fa per ignoranza), così facendo si pone al di fuori di un corpo universale e individuale da creare scompiglio nel sistema. È non uomo l’egoista, il malvivente, l’avaro, l’ignorante, il menefreghista, chi non ha alcuna sensibilità, chi non riesce a inserirsi in un cosmo che è armonia, equilibrio, presa di coscienza, responsabilità, è chi odia, chi è violento, chi persegue il malaffare con inganno. 
Non vorrei avere alcuna visibilità per far questo ma vorrei essere l’aria che respiriamo per penetrare in ciascun essere umano e oggetto per aiutare ognuno a riscoprire la propria identità ed essere visibile col proprio esistere. Vorrei essere nel loro cuore, nella loro mente, nella loro coscienza per creare in ogni momento, soprattutto quando la tentazione del male è palese, un tormento, una crisi, per porre in loro una domanda “cosa sto facendo?”
Il fuoco è amore, è gioia, è pace, è bontà, è fratellanza, è tenerezza, è giustizia, è libertà, è condivisione, è solidarietà, è spiritualità, è comprendere che ogni uomo ha dignità, diritti e doveri non diversi dai miei. 
Scriveva S. Tommaso d’Aquino nel “Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo”: Bonum est diffusivum sui (Il bene è diffusivo del suo essere). Come la luce è diffusiva, pena l’annullamento della propria identità, così deve essere per ogni creatura vivente.
Questi valori si possono spargere con l’esempio, con la parola, con la comunicazione scritta, con il silenzio. Nessuno è povero da non potere offrire ad altri queste ricchezze, come nessuno è dispensato di omettere questo ruolo che, in quanto essere creato, ha ricevuto al momento della nascita.
Chi chiude la porta al cuore, impedisce al bene di penetrare e di riscaldarlo. È come la luce e il calore che entrano nelle nostre case, se noi sbarriamo le porte e le imposte, impediamo a essi d’introdursi, di vederci chiaro e il nostro spirito diventa cupo, nero, cattivo da compiere ciò che è orribile agli occhi dell’uomo.
Distribuiamo amore ovunque, fosse anche con un sorriso, una buona parola, con l’esempio, aiutiamo chi si trova nella “miseria”, nell’ignoranza, nel buio più fitto del dolore, per dare un po’ di felicità a chi non ce l’ha e forse non l’ha mai avuta.
Quanti bambini, mamme, donne, anziani, ammalati, carcerati, immigrati, affamati, perseguitati e oppressi in tutto il mondo hanno bisogno di una “mano” che li sollevi per avere speranza.
Diventiamo ognuno di noi quest’amore, questa speranza che nobilita l’anima, incapace spesso, da sola, di vedere una fiammella nel tunnel buio della vita e diventiamo noi luce, colore, calore che riscalda ogni istante della vita.
Non è utopia quella descritta, diventa reale se cominciamo a cambiare noi stessi, le nostre abitudini nei confronti degli altri, se prendiamo coscienza che io devo fare la mia parte, ovunque mi trovi e a qualunque luogo e situazione appartenga: il mondo cambierà se io muterò il modo di rapportarmi a ogni essere vivente e no.
Lasciamo in ogni persona e oggetto che incontriamo il profumo di noi stessi, delle nostre virtù se vogliamo che il passaggio da questo mondo non sia stato invano e sterile.
Saremmo sodisfatti di essere vissuti e rimarrà contento chi ci avrà incontrato sul loro cammino terreno; perpetueremo la nostra esistenza da superare lo spazio temporale. 
Continuiamo a offrire agli altri la nostra disponibilità e anche quando questo dono non è recepito da chi dovrebbe perché non ne comprende lo spirito, anzi te lo rimanda indietro trasformandolo in fango, continuiamo a donarlo sommessamente, nel rispetto della dignità e della cultura altrui, chiedendoci se nel nostro fare dono non ci sia qualche carenza. «Se amate senza suscitare amore, - scriveva Erich Fromm - vale a dire, se il vostro amore non produce amore, se attraverso l’espressione di vita di persona amante voi non diventate una persona amata, allora il vostro amore è impotente, è sfortunato». E riprendendo la massima di S. Tommaso, il bene facciamo in modo che generi bene, poiché «Si prendono più mosche - diceva S. Francesco di Sales - con una goccia di miele che non con un barile di aceto».

Erice 17 febbraio 2019

SALVATORE AGUECI


 

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